“Amiamoci gli uni gli altri” (1Gv 4,7) – Intervento di Mons. Galantino

09 Dicembre 2015

Riportiamo l’intervento di Mons. Galantino al Convegno diocesano sulla Carità svoltosi dal 20 al 22 Novembre, presso il Salone delle Opere parrocchiale, Parrocchia Madonna della Divina Provvidenza:

«Amiamoci gli uni gli altri» (1Gv 4,7)

(Sansevero, 20 novembre 2015)

  1. Scenari (alcuni) e cornice per 1Gv 4,7

«Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio» (1Gv 4,7): uno sguardo sul retroterra biblico dell’amore fraterno ci dischiude scenari sorprendenti. In questo breve intervento vorrei delinearne alcuni, onorando così la ricchezza del tema che avete scelto per il vostro convegno diocesano.

Gli scritti di Giovanni, nel cui contesto va interpretato il versetto da cui avete tratto ispirazione, evidenziano nell’amore principalmente i tratti della reciprocità (cfr. Gv 13,34; 1Gv 3,11) e il connotato della fraternità (1Gv 3,14). L’amore per il fratello viene interpretato come l’imprescindibile correttivo di alcune tendenze spiritualiste che – ieri come oggi! – vorrebbero accedere direttamente all’amore di Dio senza passare per la via ardua del sacrificio nel mondo e per il mondo. Non si affaccia forse in tutte le comunità la tentazione di riservarsi uno “spazietto” con Dio, lontani dal confuso mondo dell’uomo? La Bibbia non batte questa strada: è la comunità la mediazione ineliminabile per affacciarsi alla comunione con Dio; ogni altra via è illusoria, fallace e persino temeraria.

La prospettiva di fondo, del resto, è quella tracciata dall’incarnazione del Verbo e dalla croce di Cristo, autentica rivelazione del Dio-amore. La dichiarazione culminante della prima lettera di Giovanni – 1Gv 4,8: «Dio è amore» – nasce proprio dalla contemplazione della vita e della morte del Figlio unigenito (cfr. 1Gv 4,9-10), donato da quel Dio che «ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16). Questo fa dell’amore il vero e unico contenuto della fede cristiana: credere è credere all’amore che Dio ha per noi (cfr. 1Gv 4,16).

È assai significativo che il Nuovo Testamento richieda in egual misura l’amore per il fratello e l’amore verso il prossimo. La cosa non è affatto scontata, e anche lessicalmente i termini che identificano l’oggetto dei due tipi di amore – adelphós e plesíon – sono diversi. Nell’ottica della fede, però, essi convergono: l’amore cristiano travalica l’affetto naturale che contraddistingue i legami di sangue e si estende in modo impensabile. Interrogando i propri interlocutori su chi sia il prossimo di un uomo in stato di bisogno (cfr. Lc 10,29-37) e predicando l’amore anche per i nemici (cfr. Mt 5,43ss), è Gesù stesso a operare questa inaudita rivoluzione. Essa ci dice qualcosa di Dio: ci rivela il suo volto di misericordia, ne ritrae i lineamenti con l’inchiostro dello stupore e della gratitudine. Ci dice, però, anche qualcosa di noi: ci parla di come debba orientarsi il nostro amore, se vuole essere a immagine e somiglianza di quello divino.

Nella persona di Gesù, i comandamenti antichi dell’amore di Dio (Dt 6,5; 10,12) e dell’amore del prossimo (Lv 19,18) diventano un unico, duplice comandamento (Lc 10,25-37; Mt 22,37ss; cfr. Rm 13,9; Gal 5,14; Gc 2,8). Nella nostra stessa umanità Gesù suscita l’amore per lui e ci chiama a «fare lo stesso», suscitando l’amore nel prossimo.

Questo è un primo passaggio su cui vorrei che riflettessimo: l’amore per l’altro suscita l’amore nell’altro.

Da un lato, si tratta di offrire ad altri ciò che abbiamo ricevuto: amiamo perché siamo amati; doniamo perché abbiamo ricevuto in pienezza. L’amore per gli altri, prima di essere moto di generosità, di volontà donata (l’orgoglio di essere “benefattori”!), è sempre un atto di riconoscenza, un grazie pronunciato al cospetto del mondo per le meraviglie che Dio ha operato per noi. In un certo senso, non è mai vero che “amiamo gratuitamente”: il nostro amore è sempre atto responsabile e responsoriale, risposta concreta a un anticipo di grazia e di salvezza di cui siamo stati colmati prima ancora di muoverci verso chi ci è vicino.

Dall’altro lato, siamo chiamati a suscitare negli altri lo stesso amore che è stato acceso in noi. Nell’altro – sia esso amico o nemico, credente o non credente, povero o ricco, soccorritore o bisognoso d’aiuto, è Cristo stesso a venirci incontro, riempiendoci del suo amore in modo da abilitarci a donarlo agli altri. È un amore che sa prendere e dare, e fa le due cose in piena spontaneità e armonia.

 

  1. Dall’amore per il “prossimo” all’amore “fraterno”

Tutto questo deve aiutarci a ripensare la nostra stessa comprensione dell’amore fraterno. Essa è talvolta così slavata da confondersi con quel fiacco assistenzialismo che risponde al dovere del “fare la carità”. È una forma deteriorata e posticcia di elemosina di cui, con onestà, potremmo fare tranquillamente a meno, tanto è sterile.

Fare dell’amore per il prossimo un amore fraterno è invece qualcosa di molto più serio: è risalire la scala delle relazioni, impiantando nel nostro quotidiano rapporti tanto vitali quanto possono esserlo quelli della carne e del sangue. Significa, in un certo senso, “generare consanguineità” tra coloro che ci circondano: sul lavoro, in società, nei gruppi, nelle comunità. Significa scegliere con determinazione, anche contro i gusti e gli interessi più elementari. La fraternità è infatti un’opzione ben più radicale dell’amicizia, che può nascere per motivi di semplice simpatia e di affinità. Nella disposizione alla fraternità c’è la traccia di un impegno discriminante: essere per l’altro senza riserve.

Mi sembra che sia questo, in fondo, il messaggio che il vostro vescovo vi ha voluto trasmettere con la sua lettera pastorale Come il Padre. L’«alfabeto» della misericordia. Descrivendo le virtù basilari dell’amore fraterno – dalla cortesia alla solidarietà, dalla pazienza alla concordia, dalla comprensione al perdono –, così parla dell’accoglienza:

«Accogliere vuol dire fare spazio così come è stato dato spazio a noi. Accogliere significa non soltanto acconsentire, ma mettere a disposizione la vita. […] È fare posto dentro di me, nella mente e nel cuore, perché l’altro possa occupare questo posto. Accoglienza è permettere all’altro di entrare nel mio recinto interiore, nella mia vita e quindi sentirlo non come un estraneo, non come uno di passaggio, ma come uno insieme al quale io devo vivere, devo camminare, devo imparare a sentirmi figlio di Dio, membro della Chiesa, cittadino del mondo. […]. È andare più in profondità e non restare in superficie, alle prime impressioni di simpatia o di antipatia, che sono sempre segno di superficialità» (n. 33).

Si tratta di un amore impegnativo, e questo dobbiamo dirlo senza timore. Non c’è vanto a farsi prossimo di chi già mi è fratello (nella carne, nella parentela, nell’affetto). Ce n’è, invece, nel farmi fratello di chi bussa alla mia porta e, secondo il vangelo, si fa mio prossimo. Gesù ce lo ha ripetuto a chiare lettere: «Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?» (Mt 5,47). La misura dell’autenticità e della ricchezza del nostro dono agli altri è data dalla verità con cui pronunciamo la parola “fratello”.

 

  1. “Fratello” o “sorella”: dal senso di un termine alla realtà di una esperienza

Qui l’orizzonte dovrebbe restringersi anzitutto sulle nostre comunità ecclesiali. In molte di esse, come nel circuito dei gruppi e delle associazioni, non è raro l’uso di rivolgersi all’altro con il titolo di “fratello” o “sorella”. Quest’uso si è ulteriormente formalizzato all’interno del clero o degli istituti religiosi. Non dobbiamo però nasconderci quanto questa prassi rischi di celare un velo di ipocrisia e di banalizzazione. Abbiamo sempre presente che la fratellanza non può ridursi a un semplice titolo?  Solo dalla maniera con cui si sa vivere insieme si può capire se e in che misura la fede comune e l’amore per gli altri sono effettivi.

Il fratello è l’altro il cui incontro diviene spazio di crescita per me. È un “supplemento di vita”, che col suo dono mi aiuta a sperimentare ciò che non ho (quando è lui a donare) e con il suo bisogno mi permette di donare ciò che ho (quando riceve da me). Ma non ci sono sconti: è sempre necessario un cammino, un impegno serio, per passare da un rapporto subìto (la fraternità “passiva”, quella che ci troviamo bell’e pronta) a un rapporto liberamente scelto (la fraternità di elezione).

Non dovremmo mai dare per scontato che le nostre comunità vivano una fraternità di elezione. Perché un fratello sia tale non basta conviverci, così come non basta condividere con lui esperienze di preghiera, di catechesi, di maturazione. È necessario quell’anticipo di fiducia senza il quale si insinuano il sospetto, la gelosia, l’avversione che degenera nel conflitto e, infine, nella violenza. La Bibbia presenta emblematicamente questa parabola nella vicenda di Caino e Abele. Ma non si tratta di mitologia fuori dal tempo: ieri come oggi, quante comunità mascherano di presunta “fraternità” le tristi logiche della rivalità, della contesa e dell’indifferenza che uccide più della spada?

Non serpeggia forse anche nelle nostre comunità presbiterali il malinteso per cui il fratello, al di là delle retoriche, è semplicemente sinonimo di “sottrazione”, di attentato alla vita e all’indipendenza personale? Il vangelo insegna l’esatto contrario: amarsi gli uni gli altri significa scoprire nel fratello un “di più” di cui, come tutte le cose belle, non si può godere senza custodirlo.

È questo il senso della commossa invocazione del Salmo 133, per cui è bello e dolce che i fratelli vivano insieme. La fraternità è esperienza di bellezza e di bontà, percezione di benessere simile a una guarigione (la metafora dell’olio che scende sul capo) e di novità simile a una ricreazione interiore (la metafora della rugiada: cfr. anche Os 14,6).

Se ci interroghiamo alla luce della Parola di Dio, ci apparirà evidente come molte realtà ecclesiali – nelle parrocchie, tra le parrocchie, nelle associazioni, tra i ministri ordinati – si discostino molto da questo ideale di letizia. Non voglio dire che non esista un’autentica fraternità – il nostro Paese è pieno di esempi felici, a volte nascosti –, ma in molti casi si tratta di una fraternità atrofizzata, sclerotizzata, funzionalizzata all’appartenenza a un gruppo, alla difesa di un’identità. E questo in palese contraddizione con quanto ci raccomanda papa Francesco, quando ci invita a non «rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli» (Evangelii gaudium, 49).

 

  1. Custodi dell’Alleanza e “umanesimo della concretezza”: il V Convegno ecclesiale di Firenze

Il recentissimo Convegno ecclesiale di Firenze ha tracciato, proprio in tal senso, una mappatura chiara di quei panorami dell’abbandono e della solitudine che spesso non sono soltanto espressione della fragilità spirituale, ma anche aperta denuncia di una rottura di alleanze vitali, come ci ha ricordato mons. Giuseppe Lorizio. Se l’esperienza comunitaria dei credenti deve limitarsi al ritrovarsi insieme per giustapporre tante solitudini – piccole isole in un oceano di silenzio – allora siamo ben lontani dal modello di comunione cui, peraltro, ci richiama ormai insistentemente anche papa Francesco.

L’esperienza di una Chiesa autenticamente sinodale non può non partire dalla riqualificazione delle relazioni. Lo dico senza mezzi termini: o siamo cristiani in relazione, o non possiamo illuderci di riscattare la fraternità della fede da quella patina di ipocrisia che sembra spesso avvolgerla.

Assume qui un senso del tutto particolare quell’«umanesimo della concretezza» che, nella relazione del Prof. Magatti, è stato suggerito a Firenze come antidoto contro la frammentazione dei rapporti tra le persone e la realtà. L’amore fraterno, nella sua genuinità evangelica, ne è la più verace espressione. Le sue forme sono molteplici, come molteplici sono le istanze che oggi interpellano il credente. Ancora a Firenze il papa ci ha ricordato che la gioia del cristiano è quella di chi conosce “la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro […] svolto per amore verso le persone care; e anche quello della proprie miserie che, tuttavia, quando sono vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia, alimentano una grandezza umile” (Discorso del 10 novembre 2015). La concretezza della fraternità è tutta qui. Del resto, «mantenere un sano contatto con la realtà, con ciò che la gente vive, con le sue lacrime e le sue gioie, è l’unico modo per poterla aiutare, formare e comunicare. È l’unico modo per parlare ai cuori delle persone toccando la loro esperienza quotidiana: il lavoro, la famiglia, i problemi di salute, il traffico, la scuola, i servizi sanitari…» (Omelia del 10 novembre).

È evidente che la vita di ognuno si giochi nella sua capacità di donarsi. L’imperativo di “uscire”, che ha orientato e ancora orienterà il cammino delle nostre Chiese, equivale proprio a quella capacità di trascendersi che diviene fecondità, fedeltà a Colui che per primo «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2,6-7). Il vangelo lo conosciamo: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). La volontà del Padre corrisponde all’imitazione del modello di Cristo, icona del vero umanesimo. La fraternità si guadagna nell’imitazione di quel Dio che si è fatto ultimo per rialzare chi è umiliato, dimenticato, ferito. Per dirla con il Papa: «Siamo stati serviti da Dio che si è fatto nostro prossimo, per servire a nostra volta chi ci sta vicino. Per un discepolo di Gesù nessun vicino può diventare lontano. Anzi, non esistono lontani che siano troppo distanti, ma soltanto prossimi da raggiungere» (Incontro del 10 novembre 2015 con i fedeli, piazza della Cattedrale, Prato).

Mi sembrano allora significative le parole pronunciate dal cardinal Bagnasco a chiusura del Convegno ecclesiale: “Non basta essere accoglienti: dobbiamo per primi muoverci verso l’altro, perché il prossimo da amare non è colui che ci chiede aiuto, ma colui del quale ci siamo fatti prossimi”. “Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza”, ci ha detto papa Francesco. Tale sia lo spirito con cui anche noi agiamo: quello di chi ha premura verso tutti e va loro incontro per incontrarli e creare ponti con loro, e tra loro e Cristo. Dobbiamo uscire e creare condivisione e fraternità: le nostre comunità e associazioni, i gruppi e i singoli cristiani, vivano sempre con questo spirito missionario, e su di esso si verifichino periodicamente, poiché da ciò dipende l’autenticità della proposta.

Il versetto che avete scelto come motto del vostro convegno recita: «Amatevi gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio». Ma continua dicendo: «Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio». Non dimentichiamo questa seconda parte, perché essa è il cuore stesso della rivelazione dell’amore cristiano. Esso genera figli e figlie a Dio, ma da Dio si scopre anche generato. Amando il fratello impariamo ad essere figli. È ciò che accadde a un giovane smarrito che, pur credendo di non essere più degno di essere chiamato figlio, ritrovò un Padre che lo attendeva e ne riebbe – in maniera inattesa – l’eredità di un fratello che «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,32). Non dimentichiamolo mai.

 

 +Nunzio Galantino

         Segretario generale della CEI

      Vescovo di Cassano all’Jonio

 

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